Appunti e memorie di Ivan Venturi

Fare Videogiochi

 
 

Scritto da admin il 16/12/2008 in videogiochi, vita con Nessun commento



Sono nato nel 1970, un po’ di anni dopo la realizzazione nei laboratori del MIT del primo software realizzato a fine d’intrattenimento, SPACEWAR.
Ho visto il mio primo videogioco, SPACE INVADERS, quando avevo sette o otto anni. Sbarcata da poco in Italia, questa macchina elettronica, dove i colori erano simulati da mascherine sovrapposte al video, dava la sensazione che la fantascienza vista nei film come ‘2001 odissea nello spazio’, fosse già arrivata nel presente. Non tanto per il tema (gli invasori spaziali) quanto per il mezzo tecnologico in sé, per la sensazione di questa vita artificiale dietro lo schermo.

Era iniziata l’epoca delle sale giochi, quando per giocare con il top dell’elettronica da intrattenimento, bisognava recarsi in questi luoghi futuristici pieni di luci e strani suoni artificiali. Entrando a far parte di una nuova categoria di atleti e consumatori: i videogiocatori. Ovviamente io ero tra di loro.
Fino a quel momento avevo sognato di ‘fare da grande’ il fumettista, che ritenevo il modo migliore per appagare la irresistibile necessità di dare corpo all’immaginazione.
Da quel momento capii che il mio destino era in un’unica direzione: quella dei videogiochi.
Forse proprio grazie alla grafica ancora primitiva, agli schemi prefissati e alle possibilità limitate, la fantasia creava l’illusione che ci fosse qualcos’altro oltre quello che si vedeva a video. Che in Battlezone, storico gioco vettoriale di carriarmati futuristici, fosse possibile raggiungere primi o poi le montagne visualizzate come semplicissimi triangoli all’orizzonte. O che in Asteroids prima o poi sarebbe apparso, oltre ai soliti asteroidi da abbattere, un vero e proprio mondo alieno da esplorare.
Ovviamente non era così. I videogiochi sono stati sempre macchine mangiagettoni e poco più. Ma questo non escludeva la possibilità che fossero dei veri e propri portali verso un ‘altra dimensione’ nell’immaginazione di chi li utilizzava.
Dall’altra parte dell’oceano, intanto, da alcuni anni un ragazzino un po’ arrogante ma certamente geniale di nome Bill Gates aveva già scritto non un videogioco, ma un linguaggio di programmazione, e acquisiva quel sistema operativo, l’MS-DOS, che sarebbe poi stato installato sui computer di tutti il mondo; piccole aziende avevano iniziato a produrre rudimentali computer casalinghi (fino alla Apple che costruì il primo vero homecomputer con addirittura il monitor!).

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Sugli homecomputer o sui megaelaboratori delle università apparivano i primi videogiochi Adventure, programmati da studenti o da un nuovo tipo di autore e professionista. Zork, AdventureLand, o le avventure della Sierra per Apple, erano radicalmente diverse dai giochi da sala giochi, gli arcade. Il giocatore leggeva sul video la situazione in cui si trovava il suo personaggio, descritta con un paragrafo di testo più o meno lungo, per esempio un cavaliere circondato da troll sull’orlo di un burrone con una pozione in inventario e un ramo sporgente al quale aggrapparsi. E, letta questa descrizione, doveva digitare quel che voleva che il suo personaggio facesse. Per esempio VAI A NORD, oppure UCCIDI TROLL, o BEVI POZIONE, oppure AFFERRA RAMO. La situazione si evolveva in un modo o nell’altro e l’avventura aveva il suo corso, sempre descritto tramite paragrafi di testo, fino alla morte dell’eroe o al raggiungimento dell’epico obiettivo.
E’ da notare come i primi adventure, che di fatto tentavano di essere simulazioni realistiche (anche se descritte tramite la parola scritta che appariva su video), furono basate perlopiù su storie fantasy, mostri, troll e compagnia bella, e non su qualcosa di utile o commerciale, come per esempio la simulazione di un colloquio di lavoro, di un’esplorazione scientifica o altri temi ‘alti’. Fin da subito, fu quindi chiaro a tutti che il computer andava usato per giocarci!
Qui in Italia, ma anche in Europa, queste erano notizie ed informazioni per pochi eletti: esperti, universitari, addetti ai lavori. A quei tempi il telefono fisso era il principale mezzo di comunicazione e l’informazione globale era quasi inesistente. Alla persona comune, questa conoscenza arrivava in maniera sporadica tramite pubblicazioni di divulgazione scientifica. Qui da noi, i computer sui quali si potevano sviluppare videogiochi non venivano prodotti, nè tantomeno distribuiti o pubblicizzati; mancava totalmente una cultura tecnologica che ne diffondesse l’uso al di fuori dell’ufficio o del laboratorio. Negli anni ’70, per il signor Rossi, la tecnologia del futuro era ancora la conquista di Marte.
Ma fortunatamente arrivavano le vacanze estive e le sale giochi in riviera erano l’ occasione, per noi giovanissimi, di consumare pantagrueliche scorpacciate di videogiochi, dato che lì non si guardava troppo ai divieti che invece nelle città come Bologna cominciavano a impedire ai minori di 14 anni di entrare in sala giochi.
I protagonisti della fine degli anni ’70 erano Pac Man, Defender, Donkey Kong, Lady Bug, Galaga, Scramble (potrei continuare all’infinito). Nei videogiochi le prime barriere tecniche erano state superate grazie allo sviluppo di hardware specifico (chip sempre più dedicati alla grafica e al sonoro) e quindi, da parte degli sviluppatori, non era più un problema inserire un livello in più o un certo effetto video. In questi anni vennero inventate la maggior parte degli elementi base dei concept dei videogiochi: lo scorrimento orizzontale o verticale, le porte chiuse e le chiavi per aprirle, il teletrasporto, le ricariche di energia o di munizioni, l’utilizzo di armi speciali, le piattaforme, i labirinti, la velocità dei nemici e la loro intelligenza primordiale ma letale.

Devo ammettere che nonostante fossi un assiduo videogiocatore, dedito a tale sport come un atleta olimpionico, ero piuttosto negato ed erano pochi i videogiochi nei quali eccellevo, nonostante ci buttassi dentro tutti i miei risparmi. Mi giustifico dicendo che ero distratto dal pensare a come farli e non a come giocarli, anche se non è vero. Ero una schiappa e basta. Scoprii negli anni in seguito di riuscire a perdere anche ai videogiochi che facevo io.

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Nel 1987 ho fatto il primo videogioco della Simulmondo, prima software house italiana. Da allora ne ho fatti altre migliaia.
Dalla fine del millennio scorso faccio videogiochi educativi ed ora anche simulatori di guida e avventure di inquisitori medievali.
Poi nel 2003 ho fondato Koala Games, ora diventatata TIconBLU. E mi occupo di un bel po' di altre cose videoludiche varie.
E...VIVA I VIDEOGIOCHI ITALIANI!