Appunti e memorie di Ivan Venturi

Fare Videogiochi

 

Scritto daIvan Venturi il 23/06/2010 in fare videogiochi, videopoker con 6 Commenti


Per chi non lo sapesse, i videopoker sono quelle macchine che iperversano nei bar, più o meno nascoste, e che fanno spendere al videogiocatore i soldi di una partita ogni 10-12 secondi circa. Ci sono le slot, i poker, e tremila altri sistemi, che alla base hanno tutti lo stesso meccanismo: il sistema di vincita.

Una macchina di queste che soddisfa il giocatore, quindi che “paga bene”, rimette fuori, in vincite, l’85-90% di quanto incassa, trattenendo per il gestore la differenza. Ci sono delle macchine, in punti strategici, che rendono migliaia di euro al giorno, completamente in nero, praticamente illegali, nonostante lo Stato abbia cercato negli anni di regolarizzarne e tassare le rendite. Ma il malaffare domina… e un sacco di gente, tossici del gioco d’azzardo, lascia lo stipendio su queste macchinette. Credendo che in effetti esse siano fonte di rendita. Che alla mattina siano “cariche” e paghino di più. Oppure pensando di conoscerne i ritmi. Insomma: completamente irretiti dal potere attrattivo del gioco d’azzardo.

Il bello, anzi il brutto, è che il meccanismo che è alla base di queste macchine è assolutamente non-casuale. E la cosa pazzesca è che, anche provando a spiegare in dettaglio tutto questo a un videopokergiocatore, non c’è niente da fare. Lui darà ragione alla buona fede della macchina, e continuerà in modo compulsivo a giocarci.

Provate ad andare all’ENADA a Rimini, la fiera dei videogiochi. Anni fa ci si vedevano le ultime uscite da sala giochi, un sacco di bella roba. Ora si vedono solo videopoker e lapdancers slave seminude, oltre a tutta una teoria di individui che ben rappresentano il mondo lercio che sta dietro ai videopoker.

Poco meno di una decina d’anni fa collaboravo con un gruppo industriale che produceva macchine touchscreen. Per alcune di esse ebbi richiesta di creare alcuni giochi che consentissero al giocatore di vincere nuove partite, secondo gli schemi degli iperutilizzati (anche dalla malavita!) videopoker. Il gioco era un biliardo, dove il giocatore poteva colpire la palla e la traiettoria della stessa veniva corretta a seconda del calcolo della vincita. Cioè: se il giocatore in quel momento doveva vincere, le palle andavano in buca. Questo faceva vincere un’altra partita.

Anni prima mi ero trovato a progettare un meccanismo analogo per una slot machine, che regalava buoni omaggio ai clienti di un supermercato (fatto per incrementare le vendite nei giorni di bassa affluenza), e ancora prima addirittura ai tempi di Simulmondo. La cosa che avevo sempre notato era che le macchine pagavano male. Cioè pagavano rispettando le statistiche immesse eccetera, ma l’andamento delle vincite era finto, innaturale. Non c’era il fascino della fortuna, dell’azzardo.
Quindi, per il biliardo di cui sopra, mi feci prestare da un amico gestore di sale giochi un videopoker (del quale avevo le chiavi, naturalmente) e passai se non erro 4 giorni a giocarlo ininterrottamente, segnandomi tutte le puntate e tutte le vincinte, per ricostruire, appunto, il “DNA della vincita”, come iniziai a chiamarlo.
Fu pazzesco vedere come la sequenza di quest decine di migliaia di partite/vincite, che dopo un po’ iniziavano a ripetersi, generava in effetti una specie di attesa, il sentore che da lì a un momento saltasse fuori la vincita ‘grossa’, immancabile.
Finito questo lavoro, tradussi in un codice numerico tutte le puntate/vincite estratte ed ecco che mi ritrovai codificato il DNA della vincita, praticamente una mappatura del random che garantisce il ‘divertimento della vincita’. Che, o è perfetto, o non funziona.
Applicai questo codice al biliardo e, magia!, diventò irresistibile. Faceva venire voglia di fare sempre “l’ultima partita”, anche perchè, pur nel rispetto della legge in vigore allora che limitava l’entità della vincita, c’era la possibilità di ottenere un credito di partite altissimo.

Mi sono trovato, dopo questa esperienza, a dare informazioni a giornalisti interessati al fenomeno (negativo) dei videopoker, spiegando loro che di casuale non c’è nulla, che vincere è impossibile (è possibile farlo solo a spese di qualcun altro, non certo a spese della macchina). Esistono addirittura associazioni tipo Alcolisti anonimi, per il problema del gioco d’azzardo. E se andate in un bar qualsiasi, probabilmente vedrete dei videopoker e probabilmente vedrete qualcuno che con fare disinvolto, infila monete (da 50 centesimi o da 1 euro) una dopo l’altra nella macchina.
Non c’è niente da fare, purtroppo. Chi subisce la fascinazione del gioco d’azzardo è sordo a qualsiasi spiegazione.

Comunque, il DNA della vincita è un algoritmo che uso spesso quando produco giochi dove serve un bel meccanismo casuale di vincita. E non invecchia. Quella sequenza di numeri, di ‘emozioni’, smuove delle chiavi nell’uomo che sono e saranno sempre le stesse. Usate nei posti giusti, possono dare ottimi risultati. In un videopoker, generano risultati abominevoli.

Saludos!

Nel 1987 ho fatto il primo videogioco della Simulmondo, prima software house italiana. Da allora ne ho fatti altre migliaia.
Dalla fine del millennio scorso faccio videogiochi educativi ed ora anche simulatori di guida e avventure di inquisitori medievali.
Poi nel 2003 ho fondato Koala Games, ora diventatata TIconBLU. E mi occupo di un bel po' di altre cose videoludiche varie.
E...VIVA I VIDEOGIOCHI ITALIANI!