Appunti e memorie di Ivan Venturi

Fare Videogiochi

 
 

Scritto da Ivan Venturi il 26/06/2011 in Senza categoria con 2 Commenti


Ivan a Nueva Yorka seduto vicino alla fontanella di Uoscintòn Squèr, davanti alla Niu Iorc Iuniversity

Ivan a Nueva Yorka seduto vicino alla fontanella di Uoscintòn Squèr, davanti alla Niu Iorc Iuniversity

Rieccoci qui! Tornato da NY, dove sono stato per il Games For Change, il festival dei “giochi per il cambiamento” (sociale). Praticamente la massima vetrina mondiale dei serious games. Non solo videogames. C’erano anche alcuni giochi da tavolo e di carte, sempre però su tematiche sociali (per esempio per coinvolgere e insegnare loro, attraverso il divertimento, le donne di un villaggio della costa d’avorio, a scambiarsi le buone pratiche in caso di inondazione. Per esempio: scambia qualcuna delle tue galline con delle anatre, che ti fanno lo stesso le uova. Ma fanno una cosa in più: sanno nuotare. Quindi se c’è un alluvione si salvano da sole.

Ero là come spettatore (uno degli 800 circa), senza interventi da fare nè stand da accudire, per rendermi conto dell’aria che tirava e per capire a che livello ci posizionavamo sul panorama internazionale del nostro settore (serious games e learning games), in particolare per The Invisible Hand, che sono riuscito a mostrare a un po’ di gente. Beh, direi che ce la caviamo egregiamente e che abbiamo tante cose da dire e da fare a riguardo. Ma per quanto riguarda noi e i nostri prodotti farò post successivo, altrimenti questo, che voglio dedicare principalmente a un report della trasferta americana, diventa lungo come il ponte di Brucculin.

Il festival si teneva nella New York University, vicino a Washington Square, posto meraviglioso e pieno di vita, dove in pochi momenti vedi di tutto, da un flash mob (una trentina di persone, completamente diverse tra loro, che si mettono a ballare sincronizzate per qualche minuto, e poi finita la musica si separano e dissolvono in mezzo alla folla), a un gruppo jazz o freejazz supermega, a un percussionista che faceva più casino di un armata di tamburisti, a cantanti con chitarra, a predicatori, a un ragazzo ebreo fuori di testa che faceva air guitar come un forsennato sulla musica di un gruppo che suonava, eccetera. E la statua di Garibaldi! Un sacco di gente di ogni colore, di ogni forma, di ogni tipo, di ogni statura, splendidamente amalgamata. Ma torniamo al festival, iniziato un giorno prima che vi entrassi io (il pre-festival non aveva argomenti di interesse specifico per me – era per gli americani), con l’intervento del vicepresidente Al Gore.

C’era uno dei dirigenti massimi del dipartimento dell’istruzione americana che raccontava quanto i videogiochi vengano presi in considerazione dallo stato americano come forma di apprendimento, e dei soldi che stanno iniziando a finanziare lo sviluppo di videogiochi didattici per le scuole. Fortunatamente in Italia non sta andando male. In un certo senso, il Ministero dell’Istruzione (nella sua forma tecnica, certo non in quella politica) sta portando avanti da quasi un decennio (quindi con governi di diverso colore) una politica che va precisamente in una direzione di profondo ammodernamento, anche basato sui nuovi media. Videogioco (in tutte le sue forme) in primis. E tantissimi altri: sviluppatori di videogiochi (soprattutto), operatori dell’educazione, umanitari, studenti, studenti-sviluppatori, imprenditori, rappresentanti delle istituzioni, di tutto di più.

La cosa che mi ha impressionato di più è quanto gli americani puntino dritto al sodo, sempre. Sono dei semplificatori, nel senso positivo del termine. Estremamente pragmatici. Per fare un esempio, un gruppo di studenti universitari, ha sviluppato un semplice social game di cittadinanza attiva, in 6 settimane hanno sviluppato il prodotto, fatto la sperimentazione, e si trovano ora con una sorta di impresa già avviata e le idee chiare per il futuro, per farci sopra un business.

Si è parlato molto, quasi in un intervento su due, di soldi, di impresa. Ma in particolare di soldi, dai quali gli americani non riescono a prescindere mai, almeno questa è l’impressione. Questo li rende certamente materialisti e tutto quello che si vuole, ma anche estremamente pragmatici. Cioè il lato commerciale è sempre parte del tutto, insieme alla progettazione, alla grafica, a tutto il resto. Le cose che funzionano sono quelle che funzionano anche come soldi che generano. Sennò non funzionano.

Mi ha anche impressionato la dimensione del ‘piccolo settore’ mondiale dei serious games, dove videogiochi sviluppati con budget assolutamente inferiori a quelli dell’industria, raggiungono comunque vendite di centinaia di migliaia di copie. E mi ha colpito anche il relativo distacco (anche se meno, in effetti di quel che mi aspettavo) dal mondo dei gamedeveloper tradizionali. Cioè: chi lavora in questo ambito non lavora nell’altro, e viceversa, se non per alcune eccezioni (che però ci sono).

In questo segmento di videogiochi (serious games) ci sono nicchie vuote enormi, dove è possibile, in modo certamente più semplice rispetto ad altri, emergere. Penso ad alcuni sviluppatori di videogiochi italiani, che sono dotatissimi ma mancano delle risorse necessarie (finanziarie, commerciali e produttive) per la realizzazione di un videogioco commerciale, anche di livello budget. Penso che se questi sviluppatori realizzassero serious games avrebbero moooooolte meno difficoltà a rendersi visibili sul piano internazionale. E farebbero videogiochi lo stesso, inoltre facendo qualcosa di più utile e più originale, rispetto al fare sempre progetti ispirati (e a volte di categoria inferiore) a cose già viste nell’iperaffollatissimo settore videoludico, che nascono quindi già con dei limiti fortissimi.

Da rifletterci. Ci riaggiorniamo sul tema.

Saludos!

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2 Responses to Tornato da NY dal Games For Change

  1. laa amat

    28/06/2011 - 12:45
    1

    hi guy, ma chi ti ha fatto questa bellissima foto?

  2. Ivan Venturi

    28/06/2011 - 12:51
    2

    La mia magnificherrima moglie, naturalmente!

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Nel 1987 ho fatto il primo videogioco della Simulmondo, prima software house italiana. Da allora ne ho fatti altre migliaia.
Dalla fine del millennio scorso faccio videogiochi educativi ed ora anche simulatori di guida e avventure di inquisitori medievali.
Poi nel 2003 ho fondato Koala Games, ora diventatata TIconBLU. E mi occupo di un bel po' di altre cose videoludiche varie.
E...VIVA I VIDEOGIOCHI ITALIANI!