Appunti e memorie di Ivan Venturi

Fare Videogiochi

 

Post da persona matura su un argomento semplice quanto essenziale per la buona evoluzione professionale di uno sviluppatore di videogiochi.

(Sviluppatore di videogiochi… quanto suona male! molto meglio GameDeveloper… molto meno anguilloso di ‘sviluppatore’. Dovremmo inventarci un altro termine per definire il nostro lavoro…)

Mi ci ha fatto riflettere mia moglie, spesso più attenta e lucida di me nel valutare le persone.

Conosciamo un ragazzo che ha appena iniziato le superiori, figlio di una mia amica. Questo ragazzo, che chiamerò Farlunzo (nome immaginario), è dotatissimo. Intelligenza decisamente superiore alla media. Disegna bene, ha da pochi mesi preso in mano la chitarra e già la strimpella dignitosamente, scrive bene, ha testa matematica, è lucido ed ha anche un buon carattere. Si dedica poco alle materie scolastiche delle quali gli interessa poco.

A parte il lato musicale, mi riconosco molto in lui, cioè vedo in lui molte cose di come ero io (anche se io, a differenza di lui, ero timidissimo e nerdissimo). C’è però una differenza sostanziale.

Farlunzo è quindi dotatissimo di talento. Anzi, possiede tanti talenti. Come tanti ragazzi della sua età ha ricevuto moltissimi stimoli. Ha un sacco di porte aperte davanti a sè. E proprio questo diventa il problema. Troppe porte aperte. Troppe scelte possibili. Diventa impossibile fare tutto ciò che si vorrebbe al livello che si pretenderebbe.

Farlunzo non sa quindi cosa fare. Questa la differenza sostanziale con me alla sua età. Io, paradossalmente posso dire per fortuna, mi trovai con ben poche possibilità, e gli stimoli che ricevetti (le ‘porte aperte’) erano principalmente quelle poche che mi ero trovato da solo, o con mio fratello, o con mio cugino, o con i miei amici. Una di queste era fare videogiochi. Questo significava per me tutto: il poter mettere a frutto il mio talento creativo, il mio estro tecnico, la mia determinazione e ambizione nel fare ‘da grande’ un lavoro che mi piaceva sul serio. Non ebbi mai alcun minimo dubbio su quale fosse la mia strada.

Farlunzo invece non sa se si sente più musicista, più scrittore, più disegnatore, più tutte le altre cose che sa fare in maniera eccellente e dove ha ottimi potenziali. E non sa quale gli piace di più.

Come fare? Eccoci al punto. Bisogna scremare il talento. Non so dire bene come, dato che ognuno è diverso e nessuna strada è uguale a un’altra. Forse bisogna organizzare un campionato a eliminatorie dei propri talenti. O forse fare un tentativo per ogni strada. O forse cercare qualcosa che ne assorba il più possibile.

FARE VIDEOGIOCHI è ormai un mestiere molto complicato. Mi piange il cuore quando sento due-tre ragazzi che potenzialmente sono in grado di fare tutto, programma grafica audio storyboard ecc, che iniziano a cimentarsi in un progetto che potenzialmente sono in grado di fare. Ma alla fine la vita è dura, il mondo è cane, e ci si riesce a occupare bene di una, due cose sole al massimo.

E’ un po’ lo stesso discorso della necessità di specializzarsi professionalmente (cosa già detta mille volte in ambito videoludico) quando ci si immette nel mondo del lavoro.

Io sostengo (e faccio), da genitore, che ai propri figli si debba far conoscere anche la noia. Cioè che devono imparare a far scaturire da dentro se stessi l’ “energia” per fare le cose, senza dipendere da qualcun altro che gliela imprima dall’esterno.

Allo stesso modo, un individuo, per esempio il succitato Farlunzo, credo che si debba scontrare da solo con la scrematura del proprio talento. Non si impara dagli errori causati da scelte altrui, ma solo da quelli che sono di nostra responsabilità.

Nella foto (foto vecchia di un paio d’anni, ormai) c’è mia figlia che dipinge. Disegna e dipinge meglio di quanto facessi io a sei-sette anni (lei ne ha quattro e mezzo). Però ha anche una fantasia incredibile, inventa delle storie fantastiche eccetera. Che farò io per aiutarla a scremare il suo talento, quando sarà grande? Beh, certamente risponderò a tutte le sue domande e le passerò tutta la conoscenza e i mezzi che mi chiederà e che potrò fornirle.

Ma oltre questo, non credo farò altro. Per il suo bene. Il proprio sentiero bisogna trovarlo da soli.

Qual è il nostro talento per fare videogiochi? Cosa sappiamo fare? Cosa ci piace davvero fare? In cosa siamo più veloci ad apprendere dai nostri errori? Come l’eremita dei tarocchi, che cammina al buio tenendo la lanterna davanti a sè e quindi vedendo solo il prossimo passo e nient’altro, bisogna scoprire il proprio percorso, e il proprio talento, un passo alla volta. Inesorabilmente. E ogni passo in avanti è anche una rinuncia a qualcosa.

Saludos!

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Scritto daadmin il 03/04/2009 in empirico, empirismo, fare, programmatore con Nessun commento


Le cose serie vanno fatte con metodo. L’empirismo alla lunga non paga, se non viene inserito e strutturato in qualcosa di più ampio e ‘studiato’. Un programmatore con una formazione specifica avrà sempre delle carte in più di quello ‘empirico’.
Il programmatore ‘empirico’ tende a cristallizzarsi sui propri metodi; spesso e volentieri perde tempo a scoprire l’acqua calda (ne so qualcosa… praticamente ho reinventato -inutilmente- il Bubble Sort, meccanismi di path finding… se avessi studiato un po’ di più!).
Insomma, gentaglia i programmatori empirici!

Io ne ero un esemplare perfetto.

Dopo aver detto peste e corna del ‘programmatore empirico’, bisogna però anche spezzare più d’una lancia. Lavorando a mio modo, mi ero abituato comunque fin da giovanissimo a fare, fare e fare, a sviluppare progetti e a concluderli. Quando si è giovani e si impara a mettere in pratica quello che si desidera continuare a fare per il resto della vita, è importantissimo FARE le cose fatte bene cercando di ottenere il meglio da se stessi, ma lo è altrettanto concludere in tempi relativamente brevi, ottenere dei risultati.
Attenzione: non intendo pubblicazioni di sorta di ciò che si fa (che quando ci sono ovviamente vanno benissimo), bensì concludere le proprie opere, renderle fruibili agli altri, trasformarle in esperienze complete. Questo imprime una ineguagliabile spinta alla propria crescita personale e professionale, che oltre alla teoria e alla pratica, viene completata da un’inevitabile bagaglio di emozioni che diventano sicurezza in se stessi e nelle proprie capacità, e nella preziosissima forza di volontà che ne deriva.
Come dire: Ehi ragazzi, questa cosa l’ho finita, non l’ho iniziata solo per vedere com’era e poi l’ho mollata a metà. E’ fatta, è nel mio curriculum, è un’esperienza a 360 gradi. Si lo so, come gioco è amatoriale, pietoso se volete. Ma intanto vi ci faccio giocare, non ve lo racconto e basta! Insomma: mi sono posto un obiettivo e l’ho raggiunto!
C’è una ovvia differenza sostanziale tra chi dice di saper fare e chi fa davvero. Ma non avrei mai pensato di scoprire negli anni a venire quanti pochi siano quelli che, alla fine, trovano la volontà di fare davvero quello che dicono di saper fare. E quanti, tantissimi, invece siano quelli che dicono di saper fare ma non fanno, ma si ritengono comunque nella posizione di criticare gli altri.
come già detto, a Simulmondo, Carlà riceveva praticamente in continuazione gente di tutte le età, soprattutto giovani ovviamente. Chi aveva fatto questo o quel demo, chi era il futuro genio dei videogiochi, chi criticava apertamente quello che facevamo oltre quello che c’era in giro. Magari passavano di là nel mio ufficio accompagnati da Francesco, gli mostravo le cose che stavo facendo il quel momento, e molti di questi con sufficienza dicevano ‘carino’, oppure ‘quella cosa l’hai copiata’, fino al ‘io la so fare meglio’. Anche gentiluomini pieni di tatto, dunque.
Col senno di poi, avendo incontrato e conosciuto svariate centinaia di questi soggetti, potrei definire la percentuale di realizzazione di essi (cioè quanti in realtà hanno poi fatto ciò che dicevano di poter fare) più o meno sul 5%. Forse meno.
La megalomania ha fatto sempre un sacco di vittime e sempre ne farà, purtroppo.

Approfitto dell’occasione per fornire un’altra percentuale, riguardante le ragazze che si dedicavano (negli anni fine ’80 inizio ’90, in Italia) ai videogiochi, alla programmazione o alla grafica: 0%. Zero assoluto. Fare videogiochi a quel tempo era assolutamente da maschi.
Braghe, e solo braghe, frequentavano Simulmondo!

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Nel 1987 ho fatto il primo videogioco della Simulmondo, prima software house italiana. Da allora ne ho fatti altre migliaia.
Dalla fine del millennio scorso faccio videogiochi educativi ed ora anche simulatori di guida e avventure di inquisitori medievali.
Poi nel 2003 ho fondato Koala Games, ora diventatata TIconBLU. E mi occupo di un bel po' di altre cose videoludiche varie.
E...VIVA I VIDEOGIOCHI ITALIANI!