Appunti e memorie di Ivan Venturi

Fare Videogiochi

 

Scritto daadmin il 29/03/2010 in 1993, 1994, borgo panigale, colors, edicola, neverworld con 2 Commenti


Segue dal post precedente…
L’esperienza simulmondiana era ancora fresca, anzi calda. Anzi: rovente. Fatto sta che essa condizionò moltissimo la mia idea di businness, tanto per usare un parolone markettaro. Cioè avevo in testa come modello produttivo quello simulmondiano, avendo chiari i pregi e chiarissimi i difetti, e quindi mi adoperai per costruire da zero questo nuovo castello.
Finalmente, me la potevo prendere con calma, cosa che nella vita, fino ad allora, non ero mai riuscito a permettermi, considerando che avevo combattuto con le scadenze, non dormendoci la notte, dall’età di 18 anni. Ora ne avevo 23, avevo dei soldi da parte e una nuova vita davanti.

A Borgo Panigale stavo, insieme al mio amico Gianni, al terzo piano di un bel condominio, con una terrazza orientata a sud dalla quale si vedevano i colli bolognesi, oltre allo stabilimento (ex mulino) in disuso dall’altra parte della strada. Per andare da mia madre, cosa che facevo spesso, anche perchè là c’era mio fratello che con me era coinvolto nel nuovo progetto (università permettendo), in vespa (una supermega ET3 125 primavera dalla carrozzeria un po’ scassata) ci mettevo una mezz’oretta buona. Borgo Panigale è ancora Bologna, ma è più distante di molti comuni limitrofi a Bologna. Comunque era la nostra casa, la nostra libertà. Il nostro parco giochi!
Immaginate di avere 23 anni, a Bologna, la prospettiva (e la presunzione: ancora non sapevo in che mare di casini mi stavo per mettere) di avviare una nuova azienda di videogiochi, la consapevolezza (sbagliata) di essere prontissimo a farlo e quindi stracarico di entusiasmo, totale libertà di orari (nessuno mi obbligava ad alzarmi presto alla mattina… cosa che comunque facevo perchè la giornata feriale ‘persa’ proprio non l’ho mai digerita), la sfida di vivere in piena autonomia.
Ogni sera avevamo qualcuno/a/i/e a cena, poi uscivamo in uno dei tantissimi posti splendidissimi dell’epoca e ogni notte tiravamo tardi. Finalmente poter NON tornare a casa da soli, NON avere problemi a ospitare qualcuno/a (sottolineo la’a') per la notte eccetera. E fantastico avere la totale libertà di fare, durante il giorno, dall’A alla Z quello che ritenevo giusto fare.

L’inverno tra il 1993 e il 1994 fu di ‘assestamento professionale’ e ‘personale’: dovetti imparare anche a star dietro a casa mia, a far la spesa, a cucinare (il mio piatto forte era la ‘fagiolaria’, ovvero un barattolo di fagioli stufati insieme a un sacco di aglio rosolato, il tutto condito con tutte le spezie piccanti che mi trovavo per le mani. Gianni fortunatamente cucinava moooolto meglio di me e gli piaceva pure, ed era -è- decisamente bravo) a gestire bollette, banca, arredo di casa, arredo di ufficio (che avevo installato in camera mia, che era bella spaziosa). Oltre che a dipingere i muri. La casa di Borgo Panigale, infatti, era piuttosto colorata. Una sera di festa, usai sei fogli colorati e trattati artigianalmente (da me) e su ognuno di essi scrissi una lettera, gigante, ognuna diversa dall’altra, ognuna coloratissima e psichedelica. C, O, L, O, R e S!

La festa era iniziata e sarebbe continuata per tutto lo splendido inverno tra il 1993 e il 1994.
Il progetto che iniziò a prendere forma fu quello di Neverworld, una serie di videogiochi seriali, da edicola (che, a parte le collane di Simulmondo, ormai scadute come qualità, stava diventando la forma di distribuzione predominante e imprescindibile per tutta una serie di prodotti editoriali, tra i quali quelli che intendevo realizzare io), di alta qualità. Su Neverworld varrà la pena di fare un post apposta, per far capire cosa significa pensare a un progetto senza avere un adeguato bilancio previsionale. Per la cronaca, Neverworld poi uscì qualche anno dopo, con un editore, in un’unica uscita, in edicola. Anzi, allego pure un’immagine anche se è un po’ prematura!


(il blister di Neverworld, uscito nel 1997 con Peruzzo Informatica)

La mia idea era che l’azienda avrebbe dovuto essere anche casa editrice. Non mi rendevo conto bene di che cosa stavo pensando di fare.

A risentirci al prossimo post!

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Scritto daadmin il 12/05/2009 in 1993, arcade, edicola, editor, metodo, moduli, ritagliatore con Nessun commento


Sempre in quel periodo (videogiochi da edicola), ci prese una vera e propria mania da burocrazia interna.
Inizialmente, mi sembra che Francesco avesse inserito in alcune procedure interne l’utilizzo di moduli.
In produzione iniziammo ad adottarli di buon grado, poi sempre di più, con selvaggia soddisfazione!
Avevamo un modulo (cartaceo) per tutto, in perfetto stile catena-di-montaggio qual era il ciclo di produzione del periodo: per la definizione della grafica degli arcade, per la logica, per le scene interattive, per i dialoghi eccetera.
Il bello era che funzionava benissimo! E che ogni volta che qualcuno aveva una miglioria da fare al ciclo di produzione, oppure c’era un upgrade software che consentiva di fare una certa cosa in più, bastava aggiornare il modulo, aggiungere una casellina da barrare, fotocopiarlo in 10-20 copie, e il gioco era fatto.
Avevamo, nello stanzone grande della produzione (nella sede grande di viale Berti Pichat), una scaffalatura tuuuuutta dedicata ai moduli. Lì c’erano i moduli pronti, già fotocopiati, per essere usati.
Tali moduli venivano compilati a biro (non c’era la rete LAN ancora…) e quindi la carta (e le fotocopie) erano comodissimi, anche perchè ogni modulo compilato poi finiva nel raccoglitore del singolo progetto, fino a formarne lo storyboard, che aveva nelle prime pagine i brevi appunti di Carlà sulla puntata, poi un mio soggetto ‘esploso’ con il (brevissimo) designe di produzione, chi faceva cosa ecc, e poi moduli e moduli e moduli e moduli. E ancora moduli. Fino alla definizione dell’ultima variabile.
Poi avevamo gli editor, che utilizzavamo (tramite operatori) per inserire i dati scritti nei moduli dentro il gioco vero e proprio. L’Editor Arcade per le sezioni arcade, e il “PLAYER” (realizzato da Marco Gregori e Stefano Dal Fiume) per quelle avventura. Avevamo nel tempo sviluppato uno script player, a misura di quelle avventure, che ci consentiva di produrre qualsiasi tipo di scena interattiva o dialogo in tempi brevi.
Ah, dimenticavo il ‘ritagliatore’. Altro oggetto senza il quale ci saremmo amputati le mani. Il ‘ritagliatore’ era il programma, sviluppato da Cristiano Montanari e Massimo Baraldi, che serviva a trasformare i vari files di grafica, così come uscivano dal Deluxe Paint, in frames di grafica ‘pappabile’ dal ns sistema. nonchè a provare le animazioni, rinominare e copiare i files eccetera. Anche sul “player” e sul “ritagliatore”, lavorare era una particolare delizia. Le riunioni con i programmatori in cui definivamo le nuove funzioni, che da lì a poco ci avrebbero enormemente migliorato la vita in produzione, erano il massimo del gusto, un po’ come decidere tutti i dettagli per la propria cucina, sapendo che ogni cosa ben pensata si sarebbe positivamente ripercossa nella vita di tutti i giorni.
…Che goduria gli editor e le utility!

Ogni modulo mi sembra avesse la bella firmetta di chi l’aveva compilato. Era sempre fondamentale inquadrare chi era il responsabile di cosa.
I vari progetti DD seguivano il loro iter inarrestabile e diventavano master.
Tali storyboard ‘a moduli’ erano comodissimi per il debug. Quando c’era un problema di strani comportamenti logici (il software ormai era piuttosto stabile, non riservava praticamente mai brutte sorprese), bastava armarsi di santa pazienza, prendere lo storyboard e spulciarselo, trovando la variabile definita male o il passaggio sbagliato nella logica degli script.
Il metodo ‘moduli’ ci diede grosse soddisfazioni, perchè ci consentiva di tenere sotto controllo un ritmo forsennato di lavoro, incasellando al massimo ogni cosa e pilotando ogni processo.
Anche per questo, gli adventure-arcade da edicola, sono diventati poi tutti uguali!

Saludos!

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Primi anni ’80. Le edicole erano il principale canale di distribuzione dei videogiochi a basso costo, prima di diventare il principale canale di diffusione dei videogiochi piratati. Inizialmente la maggior parte delle pubblicazioni per homecomputer, formate da un opuscolo più un’audiocassetta e costose quanto un LP 33 giri in vinile, contenevano vari programmi originali (quindi sviluppati dalla casa editrice stessa, vedi System3), dal totocalcio a semplici giochi. Poco più tardi il contenuto sarebbe stato completamente basato su videogiochi piratati. Questo ha contribuito fortemente a far nascere male il mercato videoludico italiano. I videogiochi piratati erano tutti stranieri, non c’era nessuno che facesse causa per plagio o violazione del diritto d’autore a queste case editrici corsare. Nè ci sarebbe stato un giudice in grado di capire la reale consistenza del reato, dato che la legislazione in merito era inesistente.
[Quando anni più tardi con Simulmondo, nel 1988, pubblicammo Italy '90 Soccer per C64, ricordo che passarono neanche quattro mesi ed ecco che il mio gioco era già in edicola, con i credits oscurati, il titolo biecamente cambiato in 'Mondiali 90' o qualcosa del genere. E quella fu la prima volta che mi 'piratarono'].

Un’altra occasione per la nascita della pirateria era all’interno degli stessi negozi di computer/videogiochi. Spesso che vendeva il computer aveva quella passione e quelle capacità che lo portava, 9 volte su 10, a sproteggere e copiare i giochi. Un po’ per sfida, un po’ per gioco, un po’ per lucro. Sempre di più per lucro. Spesso si trovavano nei negozi dei bei foglietti fotocopiati, ordinatamente impaginati, con la lista dei videogiochi ‘piratati’ in vendita e il relativo costo. Più o meno 5000 lire per un videogioco ‘piccolo’, 10000 per uno medio, 15000 per uno dei top.
Per dare un parametro di confronto, in quegli anni un LP 33 giri costava 8-9000 lire.

Era ancora il 1982… e io il computer ancora me lo sognavo e basta!

Quando non potevo videogiocare o ‘smanettare’ col computer di qualcuno (quindi per la maggior parte del tempo), continuavo a dedicarmi ai miei fumetti (nel frattempo il mio ‘quadernone’ era composto da centinaia di pagine piene di robot e astronavi a pennarelli in cui i membri di una famiglia separata da un disastro spaziale salvavano il pianeta da svariati attacchi alieni) e a sognare il computer e i videogiochi, che prima di addormentarmi progettavo mentalmente per il momento in cui avrei avuto la possibilità di realizzarli, purtroppo solo tre anni dopo.
Vedere TRON al cinema fu uno shock, mi sarei voluto anch’io digitalizzare immediatamente e scomparire attraverso un cavo coassiale.

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Nel 1987 ho fatto il primo videogioco della Simulmondo, prima software house italiana. Da allora ne ho fatti altre migliaia.
Dalla fine del millennio scorso faccio videogiochi educativi ed ora anche simulatori di guida e avventure di inquisitori medievali.
Poi nel 2003 ho fondato Koala Games, ora diventatata TIconBLU. E mi occupo di un bel po' di altre cose videoludiche varie.
E...VIVA I VIDEOGIOCHI ITALIANI!